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Usa: rischio dazi sul vino italiano, “Governo si muova subito”

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La guerra dei dazi lanciata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump può mettere in crisi la filiera vitivinicola italiana, ma anche aprire nuove opportunità. E’ il messaggio lanciato dai vertici del sistema Italia in Usa, in un incontro avvenuto lunedì sera a New York. La questione delle tariffe che gli Stati Uniti potrebbero imporre ha dominato la discussione, in particolare riguardo alle minacce lanciate da Trump di applicare dazi fino al 200 per cento su vini e champagne europei. Il confronto, però, ha aperto anche uno spazio di riflessione sulle potenziali opportunità che questa stagione potrebbe offrire al settore. Maurizio Muzzetta, presidente di Fiere Italiane, ha sottolineato la necessità di investire maggiori risorse in aree del mercato finora non esplorate. In questo senso rientra l’idea di lanciare un evento come Vinitaly USA al Navy Pier di Chicago il 5 e 6 ottobre. “L’Italia – ha detto Muzzetta – ha fatto grandi promozioni a New York come pure in Florida e in California, ma abbiamo trascurato le aree secondarie. Chicago è una di queste”. Il presidente di Fiere Italiane ha sottolineato la grande partecipazione di questa edizione: “Abbiamo l’Ice, le Camere di Commercio, l’ente Fiere di Verona. L’anno scorso c’erano sette regioni, quest’anno contiamo di averne quindici. Stiamo iniziando a lavorare con i consorzi. L’idea è: mettiamoci insieme, per mostrare quanto è bella e quanto è forte l’Italia”. I risultati di questa sinergia, hanno sottolineato i partecipanti, sono evidenti. “Vinitaly – ha aggiunto Muzzetta – ha fatto la sua comparsa negli Stati Uniti nel 2024 ed ha portato 220 aziende e 1500 buyers, ponendoci al primo posto tra gli eventi fieristici legati al vino. Siamo gli unici in grado di fare un evento con solo i vini della propria nazione”. All’incontro, moderato dalla giornalista Valeria Robecco, hanno partecipato anche Federico Zanella (Ceo di Vias Import Ltd), Gianmaria Rizzo (Ceo di More Than Grapes) e Natalie Oliveros (titolare di La Fiorita a Montalcino). Zanella ha analizzato i danni devastanti che l’applicazione del 200 per cento potrebbe avere non tanto all’export italiano quanto alla struttura della distribuzione del vino in America. “Considero – ha spiegato – quella del 10-15 per cento una percentuale assorbibile dalla supply chain, pur con tagli importanti ai margini degli operatori italiani come americani. Il 25 invece è da considerarsi il limite massimo, prima di arrivare a situazioni tali che richiedano il taglio di posti di lavoro. I vini che costano di meno, come il pinot grigio o il prosecco che hanno contribuito alla crescita del numero del volumetrico totale dell’esportazione italiana, andrebbero a soffrire di più”. “Veniamo da una situazione che già non è facile – ha continuato – È il secondo anno di fila in cui il vino italiano sta calando. In America è il fattore prosecco che tiene a galla il vino italiano. Vogliamo evitare, in caso di dazi molto alti, e lo dico come battuta, che il prosecco diventi un bene di lusso”. Secondo Oliveros, “il caos e l’incertezza legati alle tariffe di Trump stanno rendendo il mio lavoro molto difficile. Due viaggi di mercato, ad esempio, sono già stati posticipati per questa ragione”. “L’America – ha avvertito Rizzo – non potrebbe sostenere un’eventuale perdita di noi italiani”. A trarre vantaggio potrebbero essere altri Paesi. “Io – ha raccontato – mi trovo nel Midwest, luoghi in cui c’è molta più cultura dei vini americani, sudamericani, sudafricani e australiani. Tutti potrebbero beneficiare di una tariffa non solo del 200 per cento ma anche del 100 o del 50. Sarebbe un vantaggio competitivo rischioso per il prodotto Made in Italy. Se si alzano i prezzi a un punto tale in cui non si può più essere competitivi, non c’è nulla da fare”. L’appello è al governo, perché intervenga subito con aiuti che tengano il mercato sostenibile. “Se nei prossimi mesi – ha spiegato ancora Muzzetta – usciremo dalle catene distributive perché il nostro prezzo sarà caro e il governo dovesse intervenire solo in estate o in autunno, secondo i tempi della politica, ci troveremo davanti a un grande problema. Per recuperare le quote di mercato perse potrebbero essere necessari anni e molte piccole aziende potrebbero non essere in grado di sopravvivere”. (AGI)
NWY/TIG