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ARS: UN INSIEME DI REGOLE MA PER CHI? di Gabriele Patti

Raggiunto l’accordo tra Sicilia e Governo nazionale: 5,61 decimi del gettito IRPEF e 900.000.000 € alla Sicilia.

Il 28 Giugno all’ARS si è discusso il D.L. 24 Giugno 2016 n. 113 con il quale il Governo Nazionale ha disposto le “Misure finanziarie urgenti per gli enti territoriali e il territorio”.
La seduta si è conclusa alle 21.00, nell’arco di cinque ore a coloro i quali assistevano alla seduta – ben più composti degli Onorevoli e assoggettati a regole di comportamento ben più rigorose, dall’abbigliamento obbligatoriamente giacca e cravatta, al divieto di portare qualunque oggetto in aula che non sia giacca e cravatta, fino alla postura da tenere in aula e a ristretti spazi nei quali sostare –   tra l’entra e esci a seguito di quattro sospensioni sembrava di stare al bar. Caffè, sigarette e chiacchiere a iosa. Si discuteva più fuori che dentro l’aula. In Aula si urlava, si ponevano domande in un italiano sgrammaticato e non si ascoltavano le risposte.
Il pavoneggiarsi dei politici di turno non è mancato, si respirava un’aria tipicamente all’Italiana, è stato anche possibile ammirare dal vivo l’emblematico gesto rappresentativo della soverchia, più di miseria che di nobiltà politica sul comune cittadino: il pizzicottone seguito da strascico e strattonata a danno di un cameriere. Degno di essere immortalato dai Vanzina.
Nel merito, su dieci punti all’ODG il dibattito si è concentrato solo su due questioni.
Da un lato la “Messa in sicurezza dei comuni in dissesto e consorzi dei comuni” e dall’altro “L’Accordo tra lo Stato e la Regione Siciliana in materia di finanza pubblica”.
Per metter in sicurezza i Comuni l’Onorevele Vinciullo presenta un emendamento subemendato dagli assessori Baccei e  Lanteri proponendo lo stanziamento di 200.000€ per i comuni in dissesto e 400.000€ per i consorzi di comuni, gli enti di area vasta (Ex province) per permettere la continuazione dei contratti di lavoro. Alloro e Di Pasquale (PD) rispettivamente segnalano l’insufficienza delle cifre stanziate e la disparità di trattamento tra i lavoratori a tempo determinato che vengono garantiti dall’emendamento e quelli “stabilizzati che rischiano il licenziamento”.
Al 30 luglio 2015 i Comuni in dissesto erano dodici, da Gennaio 2016 altri tre comuni hanno dichiarato lo stato di dissesto e più di trecento lavoratori si trovano in stato di precarietà anche a causa della mancata presentazione dei comuni del Piano Triennale delle Assunzioni per la quale è stato prorogato il termine al 30 giugno. La Grasso rileva che nessun comune riuscirà a rispettare tale proroga. Dopo una sospensione per il recupero dei tesserini, col parere favorevole della commissione e del governo l’emendamento passa.
Il dibattito si vivacizza e diventa più aspro sulla seconda questione e viene invocata da più parti la presenza in aula del Presidente Crocetta firmatario dell’accordo.
Ennesima sospensione e dopo ottimistici quarantacinque minuti la seduta riprende alla presenza del Governatore il quale ha subito numerose critiche alle quali non ha potuto nemmeno ribattere a causa della conclusione della seduta con rinvio all’indomani.
Il negoziato prevede rigorosi obblighi per la Regione: garantire un saldo positivo di 227 milioni nel 2016, 577 milioni nel 2017 e il pareggio di bilancio nel 2018 nonché “effettuare riduzioni strutturali della spesa corrente in misura non inferiore al 3% per ciascun anno rispetto all’ anno precedente.” In caso di mancato raggiungimento degli obiettivi le somme non raggiunte verranno decurtate dai trasferimenti futuri dello Stato alla Sicilia.
Con l’ art. 11 co. 1 del D.L. che dà attuazione alle trattative viene assegnato alla Regione Sicilia “…a titolo di acconto un importo pari a 5,61 decimi dell’imposta IRPEF determinata con riferimento al gettito maturato nel territorio regionale al netto degli importi attribuiti…” e ai sensi del terzo comma tali somme sono inutilizzabili e “restano depositate sulla contabilità speciale”.
Dall’esame del testo di certo non può dirsi che Crocetta sia riuscito a ottenere un trattamento agevolato specie se si considera che l’art 12 dello stesso decreto attribuisce un finanziamento di 70.000.000 € alla Valle d’Aosta con conseguente incremento del limite di spesa per pari importo.
E’ possibile che a due regioni a Statuto Speciale venga riservato un trattamento così diverso e squilibrato considerando anche la diversa densità di popolazione?
L’accordo ha generato le ire di molti esponenti dell’opposizione tra i quali Falcone (FI) che mettendo in risalto le ricadute sottolinea: “Già questo accordo è leonino”… “lei signor Presidente ha regalato la Sicilia all’Italia, ha incaprettato la Sicilia”“le posso assicurare che questo governo è il peggiore della storia della nostra Sicilia”.

La Rocca (M5S) chiede chiarimenti al governo siciliano in merito alla cifra di 900 milioni assegnatagli dallo Stato per la spesa dell’anno 2016 che diventeranno strutturali all’assolvimento degli obblighi e delle norme di attuazione dello Statuto e del decreto n. 113.  “Questi 900 milioni sono risorse riconosciute alla regione alla luce dei torti subiti o come risorse in prestito?”
Il gruppo pentastellato crede che l’Accordo si concretizzi nel recepimento di direttive politiche e non di norme tributarie e economiche, polemizzando sulla concreta possibilità di attuare le norme richiamate al punto 3 dell’accordo siglato il 20 giugno: “ Ma se questo governo e questo parlamento  in quattro anni non è riuscito a fare una riforma strutturale” …” stiamo dicendo che la Sicilia non sarà in grado di rispettare il contenuto dell’accordo”.
ARS

 

Gabriele Patti

Brexit; Il 52% dice  “leave” e la Gran Bretagna esce dall’Europa.
Europa a 27. Ma per andare dove?

E’ inutile nasconderlo. Questa Europa non funziona.
O quanto meno non funziona così come era stato previsto e voluto dai padri fondatori. De Gasperi, Spinelli, Monnet, Bech,Spaak che immaginavano un’ unione dei popoli, oggi si ribaltano nella tomba.
Un’ Europa fondata della teoria dei “piccoli passi” che ha portato allo sviluppo del funzionalismo economico, principio sulla base del quale l’unione politica è vista come punto di arrivo raggiungibile attraverso l’integrazione graduale delle economie degli Stati Membri e una politica monetaria comune. Se l’obiettivo di partenza poteva essere ammirevole seppur arduo, come capita nella maggior parte dei casi il gioco non è valso la candela.
Oggi l’UE è istituzionalmente composta da due organi che esercitano congiuntamente la funzione legislativa Il Consiglio e la Commissione. Dal Parlamento, ridotto a mero organo consultivo e di controllo al quale poi spettano poteri di approvazione minimi e il Consiglio Europeo che svolge la funzione di garante tendendo a salvaguardare i rapporti tra i tre organi.
Sopra di loro, in posizione di indipendenza, la Banca Centrale Europea (BCE), che detta legge assolvendo  alla gestione di una politica monetaria unica, dettando i criteri di riparto del debito pubblico – il cui sostentamento è già stato inserito nella nostra Costituzione art 97 –  e le condizioni di adempimento da parte degli Stati Membri. Assolutamente non controllata né controllabile. Con la conseguenza che le politiche economiche e monetarie hanno sovrastato il diritto.
In fine i dubbi avanzati sulla stipula del TTIP con i partner americani (Transatlantic Trade International Partnership) che tra le altre cose prevede l’importazione di merci e prodotti americani senza i più rigorosi controlli previsti dalla normativa europea; il che permetterebbe l’ingresso di molti OGM. E inoltre la possibilità per le multinazionali di poter risolvere le controversie nascenti con i consumatori attraverso la nomina di arbitri non proprio imparziali.
A voler tacere d’altro non si può criticare la scelta della Gran Bretagna, almeno quella di sottoporre a referendum la decisione di uscire o meno dall’Europa. Una scelta legittima e democratica e che ha fatto tanto discutere.
Oggi la lunga e tormentata Brexit finisce. Ben il 52% degli inglesi ha manifestato la propria volontà di uscire dall’Europa. Addio Gran Bretagna. Benvenuta Europa a 27.
Ora però si apre il dibattito, decisione sacrosanta o affrettata?
Ripercorrendo il passato non si può senz’altro nascondere che la GB sia sempre stata d’ostacolo agli europeisti, una spina nel fianco.
E’ stata una delle nazioni che più si è opposta a determinati dictat europei, già nel Febbraio 2016  Cameron aveva raggiunto un accordo col quale si stabiliva che “il riferimento di ‘Unione sempre più stretta non riguarda la Gran Bretagna”. In quel tempo i vertici dell’ UE , Merkel, Hollande , Renzi compreso erano entusiasti dell’accordo raggiunto affermando l’equità del compromesso senza aver concesso troppo. E infine il Presidente del Consiglio UE, Donald Tusk lanciò il messaggio; “Abbiamo inviato il segnale che siamo disposti a sacrificare i nostri interessi per il bene comune”. Ma lo era anche la Gb? Oggi può tranquillamente rispondersi di no.
Mai entrata nell’area Euro, ha mantenuto una propria moneta , la sterlina che fino a ieri andava forte oggi è ai minimi storici a seguito di una discesa che non si vedeva dal venerdì nero del 1992. Futures al -6%.
Il mercato internazionale né risente, il mercato creditizio Europeo è in forte crisi e a pagarne maggiormente le spese sono Unicredit e Intesa San Paolo – come riportato da Repubblica.it – con perdite a due cifre. Se la borsa tedesca perde il 7,1% , Piazza Affari tracolla perdendo il 10,4%.In generale le borse Europee perdono l’8%.
La tanto agognata uniformità di regole fiscali nel territorio europeo per operazioni intracomunitarie , il cui processo è iniziato con una disciplina unica IVA originariamente improntata sulla tassazione nel paese di origine per semplificare il processo ma ancora oggi basata su un sistema misto, è messa ancora più in crisi dal caso Brexit che comporterà una situazione di disparità tra cittadini comunque europei (La GB non farà più dell’UE giuridicamente ma non si trasferirà in America) che non sarà facile da appianare. Quale sarà la disciplina applicabile? Si applicherà la tassazione nel paese di origine o di destinazione? Altre grane che la già tormentata UE dovrà risolvere e al più presto.

Ha vinto il “leave”, Farage (UKIP) esulta  e invita Cameron a dimettersi ,che coglie al volo.
Ma quali conseguenze per cittadini e contribuenti europei che fino ad oggi hanno beneficiato di soggiorni di vacanza ma anche e soprattutto lavorativi in virtù del trattato di Shengen?
Quelli che vivono in terra Britannica da più di 5 anni potranno richiedere un permesso di residenza e la cittadinanza ufficiale o alternativamente un visto di lavoro da rinnovare ogni 2-3 anni.
Saranno felici gli Italiani in loco , fuggiti dalla burocrazia Italiana si ritroveranno avvolti dalle carte.
Un problema ben più difficile lo affronteranno i nuovi cervelli in fuga verso Londra che dovranno trovare lavoro prima di mettere piede a Picadilly Circus. Il free-lance in GB non sarà più così semplice.
Il settore turistico adesso è nel limbo, ma non dovrebbe riscontrarsi il bisogno di visti turistici che per condizione di reciprocità obbligherebbero anche gli inglesi a dotarsene per accedere nei paesi UE.
La politica Europea adesso è in subbuglio. Alla paonazza esultanza di Farage , fondatore dell’UKIP , (UK indipendence party) che pretende che la giornata di oggi si celebri come “Indipendence day” risponde un po’ invidiosa la Le Pen che adesso rivendica la “FREXIT”. Un’Europa che tende sempre più all’antieuropeismo e che dà adito agli euroscettici di muovere critiche e di spingersi al di là fino a sognare  e qualche volta – come l’Austria – ad attuare la chiusura delle barriere.
Ha senso continuare ostinatamente a perpetrare la stessa linea? Continui compromessi necessitati dalla bramosia dei potenti, dalla necessità di poter salvare ancora qualcosa. Che poi in effetti è stato il popolo a votare e se han vinto gli euroscettici un motivo dovrà pur esserci.
Adesso non si può considerare ammissibile che la situazione continui così. E’ necessario porre dei punti fermi.
E’ auspicabile che la Gran Bretagna ritiri i suoi parlamentari dalle fila di Bruxells, è necessario ridefinire un accordo affinchè siano tutelati i contribuenti nonché tutti i cittadini europei.
Insomma a questo punto si chiede all’Europa tutta , un cambio di rotta, una maggiore partecipazione del cittadino, un riassetto dell’organizzazione istituzionale. Meno interessi più dirittti. Meno potere più tutela per i singoli.
Solo così è possibile evitare l’evitabile.
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TURCHIA UN PASSO INDIETRO DI 500 ANNI

Negli ultimi giorni, uno dopo l’altro abbiamo assistito a tante tragedie che interessano la nostra Europa.

Dacca, Puglia, Nizza fino in Turchia dove venerdì si pensava a un colpo di Stato.

I militari contro il presidente Erdogan.

Un presidente che sarebbe detestato dall’élite ma che avrebbe massimo sostegno dagli altri perché grazie a lui si sarebbe avuta una ripresa economica che ha portato all’innalzamento del reddito pro-capite.

Perché allora questo Golpe?  Perché è fallito?

Personalmente credo che abbia gasato ancora di più il presidente turco che pur avendo firmato un trattato con l’Europa, a cui la Turchia cerca di aderire sin dagli anni ’80, realmente non vuole farne parte.

Ne è la riprova il comportamento post-golpe da popolo ottomano del 1480. Sarebbero stati sospesi o cacciati 36mila insegnanti pubblici e privati e vorrebbe istituire nuovamente la pena morte e nessun paese può diventare membro della Ue se introduce la pena di morte. Stiamo assistendo a scene raccapriccianti: centinaia di uomini mezzi nudi, ammanettati e ammassati in una palestra. Pestaggi.

Da Obama alla Merkel cercano di persuaderlo ma nulla. Sembrerebbe una bestia che chiederebbe l’estradizione in Turchia di Gülen.

Fethullah Gülen è nato nel 1941 in Turchia. Esiliato in Pennsylvania da 30 anni, figlio di un imam, favorevole alla scienza, pur sostenendo convintamente la posizione creazionista. Ha promosso anche il dialogo interreligioso, incontrando leader religiosi ebrei ed il Papa. Fethullah Gülen è considerato dai media come una delle figure più influenti nel mondo musulmano e il suo movimento è considerato uno dei più importanti. Gulen appoggia il tentativo della Turchia di aderire all’Unione europea  e condanna ogni tipo di terrorismo.

Erdogan pensa che sia lui il regista del golpe.

L’illuminismo, l’apertura mentale e gli scambi culturali hanno sempre fatto paura  ma non è assolutamente accettabile assistere nel 2016 a barbarie che portano indietro di oltre 500 anni quando solo ad Otranto (LE) ci furono 800 martiri per mano dei boia Turchi.

Mariangela Palmisano

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