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Nigeriano ucciso a Fermo – Adesso Basta! Il governo prenda provvedimenti di Gabriele Patti

Riceviamo da Gabriele Patti il suo pensiero sull’episodio di razzismo che si è compiuto a Fermo. 

Emmanuel Chidi Namdi, 36 anni, Nigeriano, fuggito da Boko Haram e rifugiato a Fermo nelle Marche, martedì 5 Luglio è morto a seguito di un pestaggio di due cittadini residenti di cui uno ultrà, per aver reagito a epiteti razzisti – come “scimmia” – rivolti alla sua compagna. Rammaricati per questa perdita esprimiamo il nostro cordoglio e le più sentite condoglianze alla compagna dell’ Uomo Namdi.

Un Uomo che difende la sua donna dalle offese di trogloditi che lo picchiano a sangue.

Un Paese come l’Italia, figlia della cultura è divenuto madre dell’inciviltà e dello sdegno che sfociano sempre nel razzismo. Questo non è il primo e si spera sia l’ultimo episodio.

Renzi, piuttosto che dispiacersi a colpi di telefonate, si decida a prendere provvedimenti in merito a quella che si può etichettare come la “Questione Razzista”.  Alla quale si affianca la “questione morale”.

Il nostro Paese non può e non deve prendere derive razziste. Non può seguire la deriva nazionalista e i sostenitori dell’euexit.

Ripartire con investimenti alla cultura e finanziamenti a chi come Don Albanesi, al quale esprimiamo la nostra solidarietà, dimostra di occuparsi onestamente del problema immigrazione, agevolare le pratiche burocratiche per i richiedenti asilo e il permesso di soggiorno, attuare misure preventive di tali abusi e propedeutiche alla educazione e sensibilizzazione del Paese.

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TURCHIA UN PASSO INDIETRO DI 500 ANNI

Negli ultimi giorni, uno dopo l’altro abbiamo assistito a tante tragedie che interessano la nostra Europa.

Dacca, Puglia, Nizza fino in Turchia dove venerdì si pensava a un colpo di Stato.

I militari contro il presidente Erdogan.

Un presidente che sarebbe detestato dall’élite ma che avrebbe massimo sostegno dagli altri perché grazie a lui si sarebbe avuta una ripresa economica che ha portato all’innalzamento del reddito pro-capite.

Perché allora questo Golpe?  Perché è fallito?

Personalmente credo che abbia gasato ancora di più il presidente turco che pur avendo firmato un trattato con l’Europa, a cui la Turchia cerca di aderire sin dagli anni ’80, realmente non vuole farne parte.

Ne è la riprova il comportamento post-golpe da popolo ottomano del 1480. Sarebbero stati sospesi o cacciati 36mila insegnanti pubblici e privati e vorrebbe istituire nuovamente la pena morte e nessun paese può diventare membro della Ue se introduce la pena di morte. Stiamo assistendo a scene raccapriccianti: centinaia di uomini mezzi nudi, ammanettati e ammassati in una palestra. Pestaggi.

Da Obama alla Merkel cercano di persuaderlo ma nulla. Sembrerebbe una bestia che chiederebbe l’estradizione in Turchia di Gülen.

Fethullah Gülen è nato nel 1941 in Turchia. Esiliato in Pennsylvania da 30 anni, figlio di un imam, favorevole alla scienza, pur sostenendo convintamente la posizione creazionista. Ha promosso anche il dialogo interreligioso, incontrando leader religiosi ebrei ed il Papa. Fethullah Gülen è considerato dai media come una delle figure più influenti nel mondo musulmano e il suo movimento è considerato uno dei più importanti. Gulen appoggia il tentativo della Turchia di aderire all’Unione europea  e condanna ogni tipo di terrorismo.

Erdogan pensa che sia lui il regista del golpe.

L’illuminismo, l’apertura mentale e gli scambi culturali hanno sempre fatto paura  ma non è assolutamente accettabile assistere nel 2016 a barbarie che portano indietro di oltre 500 anni quando solo ad Otranto (LE) ci furono 800 martiri per mano dei boia Turchi.

Mariangela Palmisano

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Gabriele Patti

Brexit; Il 52% dice  “leave” e la Gran Bretagna esce dall’Europa.
Europa a 27. Ma per andare dove?

E’ inutile nasconderlo. Questa Europa non funziona.
O quanto meno non funziona così come era stato previsto e voluto dai padri fondatori. De Gasperi, Spinelli, Monnet, Bech,Spaak che immaginavano un’ unione dei popoli, oggi si ribaltano nella tomba.
Un’ Europa fondata della teoria dei “piccoli passi” che ha portato allo sviluppo del funzionalismo economico, principio sulla base del quale l’unione politica è vista come punto di arrivo raggiungibile attraverso l’integrazione graduale delle economie degli Stati Membri e una politica monetaria comune. Se l’obiettivo di partenza poteva essere ammirevole seppur arduo, come capita nella maggior parte dei casi il gioco non è valso la candela.
Oggi l’UE è istituzionalmente composta da due organi che esercitano congiuntamente la funzione legislativa Il Consiglio e la Commissione. Dal Parlamento, ridotto a mero organo consultivo e di controllo al quale poi spettano poteri di approvazione minimi e il Consiglio Europeo che svolge la funzione di garante tendendo a salvaguardare i rapporti tra i tre organi.
Sopra di loro, in posizione di indipendenza, la Banca Centrale Europea (BCE), che detta legge assolvendo  alla gestione di una politica monetaria unica, dettando i criteri di riparto del debito pubblico – il cui sostentamento è già stato inserito nella nostra Costituzione art 97 –  e le condizioni di adempimento da parte degli Stati Membri. Assolutamente non controllata né controllabile. Con la conseguenza che le politiche economiche e monetarie hanno sovrastato il diritto.
In fine i dubbi avanzati sulla stipula del TTIP con i partner americani (Transatlantic Trade International Partnership) che tra le altre cose prevede l’importazione di merci e prodotti americani senza i più rigorosi controlli previsti dalla normativa europea; il che permetterebbe l’ingresso di molti OGM. E inoltre la possibilità per le multinazionali di poter risolvere le controversie nascenti con i consumatori attraverso la nomina di arbitri non proprio imparziali.
A voler tacere d’altro non si può criticare la scelta della Gran Bretagna, almeno quella di sottoporre a referendum la decisione di uscire o meno dall’Europa. Una scelta legittima e democratica e che ha fatto tanto discutere.
Oggi la lunga e tormentata Brexit finisce. Ben il 52% degli inglesi ha manifestato la propria volontà di uscire dall’Europa. Addio Gran Bretagna. Benvenuta Europa a 27.
Ora però si apre il dibattito, decisione sacrosanta o affrettata?
Ripercorrendo il passato non si può senz’altro nascondere che la GB sia sempre stata d’ostacolo agli europeisti, una spina nel fianco.
E’ stata una delle nazioni che più si è opposta a determinati dictat europei, già nel Febbraio 2016  Cameron aveva raggiunto un accordo col quale si stabiliva che “il riferimento di ‘Unione sempre più stretta non riguarda la Gran Bretagna”. In quel tempo i vertici dell’ UE , Merkel, Hollande , Renzi compreso erano entusiasti dell’accordo raggiunto affermando l’equità del compromesso senza aver concesso troppo. E infine il Presidente del Consiglio UE, Donald Tusk lanciò il messaggio; “Abbiamo inviato il segnale che siamo disposti a sacrificare i nostri interessi per il bene comune”. Ma lo era anche la Gb? Oggi può tranquillamente rispondersi di no.
Mai entrata nell’area Euro, ha mantenuto una propria moneta , la sterlina che fino a ieri andava forte oggi è ai minimi storici a seguito di una discesa che non si vedeva dal venerdì nero del 1992. Futures al -6%.
Il mercato internazionale né risente, il mercato creditizio Europeo è in forte crisi e a pagarne maggiormente le spese sono Unicredit e Intesa San Paolo – come riportato da Repubblica.it – con perdite a due cifre. Se la borsa tedesca perde il 7,1% , Piazza Affari tracolla perdendo il 10,4%.In generale le borse Europee perdono l’8%.
La tanto agognata uniformità di regole fiscali nel territorio europeo per operazioni intracomunitarie , il cui processo è iniziato con una disciplina unica IVA originariamente improntata sulla tassazione nel paese di origine per semplificare il processo ma ancora oggi basata su un sistema misto, è messa ancora più in crisi dal caso Brexit che comporterà una situazione di disparità tra cittadini comunque europei (La GB non farà più dell’UE giuridicamente ma non si trasferirà in America) che non sarà facile da appianare. Quale sarà la disciplina applicabile? Si applicherà la tassazione nel paese di origine o di destinazione? Altre grane che la già tormentata UE dovrà risolvere e al più presto.

Ha vinto il “leave”, Farage (UKIP) esulta  e invita Cameron a dimettersi ,che coglie al volo.
Ma quali conseguenze per cittadini e contribuenti europei che fino ad oggi hanno beneficiato di soggiorni di vacanza ma anche e soprattutto lavorativi in virtù del trattato di Shengen?
Quelli che vivono in terra Britannica da più di 5 anni potranno richiedere un permesso di residenza e la cittadinanza ufficiale o alternativamente un visto di lavoro da rinnovare ogni 2-3 anni.
Saranno felici gli Italiani in loco , fuggiti dalla burocrazia Italiana si ritroveranno avvolti dalle carte.
Un problema ben più difficile lo affronteranno i nuovi cervelli in fuga verso Londra che dovranno trovare lavoro prima di mettere piede a Picadilly Circus. Il free-lance in GB non sarà più così semplice.
Il settore turistico adesso è nel limbo, ma non dovrebbe riscontrarsi il bisogno di visti turistici che per condizione di reciprocità obbligherebbero anche gli inglesi a dotarsene per accedere nei paesi UE.
La politica Europea adesso è in subbuglio. Alla paonazza esultanza di Farage , fondatore dell’UKIP , (UK indipendence party) che pretende che la giornata di oggi si celebri come “Indipendence day” risponde un po’ invidiosa la Le Pen che adesso rivendica la “FREXIT”. Un’Europa che tende sempre più all’antieuropeismo e che dà adito agli euroscettici di muovere critiche e di spingersi al di là fino a sognare  e qualche volta – come l’Austria – ad attuare la chiusura delle barriere.
Ha senso continuare ostinatamente a perpetrare la stessa linea? Continui compromessi necessitati dalla bramosia dei potenti, dalla necessità di poter salvare ancora qualcosa. Che poi in effetti è stato il popolo a votare e se han vinto gli euroscettici un motivo dovrà pur esserci.
Adesso non si può considerare ammissibile che la situazione continui così. E’ necessario porre dei punti fermi.
E’ auspicabile che la Gran Bretagna ritiri i suoi parlamentari dalle fila di Bruxells, è necessario ridefinire un accordo affinchè siano tutelati i contribuenti nonché tutti i cittadini europei.
Insomma a questo punto si chiede all’Europa tutta , un cambio di rotta, una maggiore partecipazione del cittadino, un riassetto dell’organizzazione istituzionale. Meno interessi più dirittti. Meno potere più tutela per i singoli.
Solo così è possibile evitare l’evitabile.
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